VerdArte a Porcia

2022

“Il paese stesso è il museo!”


In L’ora d’arte (Einaudi, Torino 2019), testo che raccoglie una serie di brevi interventi apparsi su quotidiani nazionali, Tomaso Montanari, a proposito della massicciata di origine etrusca di Orbetello, in opera poligonale, che passa inosservata sotto la fermata dell’autobus, scrive: “Siamo talmente abituati a pensare che le opere d’arte bisogna andarsele a cercare nei musei, a vederle pagando un biglietto, che rischiamo di non avere occhi per vedere quelle che – letteralmente – ci circondano”; e continua citando un passo dell’architetto illuminista Antoine Quatremère de Quincy, a proposito dell’opportunità a o meno di sradicare e portare a Parigi i “capolavori” dell’arte italiana: “Il vero museo di Roma si compone, è vero, di statue, di colossi, di templi, di obelischi, di colonne trionfali […] ma nondimeno è composto dai luoghi, dai siti, dalle montagne, dalle strade, dalle vie antiche […] dai ricordi, dalle tradizioni locali, dagli usi ancora esistenti, dai paragoni e dai confronti che non si possono fare se non nel paese stesso. Il paese stesso è il museo!”

Più di duecento anni fa de Quincy aveva capito una cosa fondamentale: che un’opera d’arte perde buona parte del suo significato se viene decontestualizzata, sottratta al luogo e alle circostanze per cui e in cui è stata ideata, scorporata dall’ambiente, dal “paesaggio” in cui è stata inserita.

Ora, Verdarte cerca di fare l’esatto contrario: cerca di inserire le opere nel paesaggio, di più, di portare il paesaggio stesso dentro l’opera, dimostrando di cogliere l’importanza e la complessità di un confronto con il genius loci e, in tal modo, di condividere una mission sempre più diffusa nell’arte contemporanea, quella appunto di “mettersi in relazione con”.

Qual è questo paesaggio con cui le installazioni entrano in relazione?

Non è certo solo questione di belle viste e scorci pittoreschi. Il concetto di “paesaggio” è da intendersi in modo ben più complesso: si potrebbe dire che corrisponde all’identità di un luogo, derivante da un lungo processo in cui le caratteristiche geografiche e ambientali del sito hanno determinato gli interventi antropici, e questi a loro volta hanno inciso su di esse, plasmandosi a vicenda, dando vita a un insieme peculiare e irripetibile di natura e artificio, di geografia e storia. Nella grande Roma come nella piccola Porcia.

Proprio i luoghi scelti per la manifestazione Verdarte, quest’anno più estesa che nelle due precedenti edizioni, riassumono l’identità della cittadina: il percorso delle installazioni prende avvio dalla riva del rio Bujon, dalle acque limpide delle risorgive, che sono una caratteristica di questa fascia della provincia pordenonese, a cavallo tra l’alta pianura sassosa dei Magredi e la “bassa” ricca d’acque; prosegue tra prati e aree incolte, costeggia le “rive” del borgo di impianto medievale, ci entra e si intrufola tra i muri di sassi, sbuca tra i portici del breve ma caratteristico corso centrale, valica la torre dell’orologio e ritorna all’acqua per le scalette in acciottolato, percorse da chissà quanti secoli.

Le installazioni contemporanee non sono solo però segnavia di un percorso: concepite in gran parte site-specific, specificamente per il luogo in cui sono collocate, entrano in dialogo con esso, inglobano in sé il paesaggio, che sia il verde intenso della vegetazione, l’azzurro dei fiorellini selvatici, il colore caldo dei sassi o dei mattoni, lo sciabordio dell’acqua e fin l’umidore che si ingolfa nei passaggi più ombrosi, misto dell’odore di foglie marce e del fresco dell’erba nuova. Ecco, è questo che è importante: “sentire” il luogo, lasciarsi avvolgere dalle sensazioni, anche olfattive, tattili, uditive, che lo abitano. Se anche solo un’opera delle ventinove  proposte è riuscita a fare ciò, Verdarte ha raggiunto il suo obiettivo e non solo, ci ha portato a maturare una nuova o rinnovata consapevolezza: quanto sia fragile e insieme prezioso l’equilibrio di questo “paesaggio”; quanto sia nostro dovere preservarlo. Con le sue installazioni, Verdarte non si limita quindi a valorizzare il luogo, ma ci porta a  sviluppare una coscienza etica del paesaggio.


Chiara Tavella

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